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domenica 6 aprile 2008

Rifiuti tossici, camorra e pubblica amministrazione

Un post lungo, ma vi consiglio vivamente di leggerlo.

Operazione Eco Boss, ancora Rifiuti Tossici in Campania
26 febbraio 2008

"Eco boss", un´espressione che evoca il connubio tra reati ambientali e malavita organizzata. E´ il nome adoperato per definire l´indagine dei carabinieri del Noe e del Reparto territoriale di Aversa che ha portato oggi all´arresto di un presunto boss del clan dei Casalesi, Giorgio Marano, di 48 anni, nonché al sequestro di tre aziende attive nel settore rifiuti e di alcuni terreni a destinazione agricola dove per anni è stato sversato illegamente materiale proveniente soprattutto dal nord Italia.

I magistrati della Dda di Napoli sottolineano che per la prima volta si sono raccolte le prove di una camorra che non si limita più a infiltrarsi nel settore dello smaltimento ma si trasforma in protagonista dell´attività illecita gestendo in prima persona aziende e discariche abusive. Le indagini, coordinate dai pm Raffaello Falcone e Cristina Ribera, si sono basate su intercettazioni risalenti a diversi anni fa e confluite in due importanti inchieste (Re Mida e Terra Bruciata) e nonché su recenti rivelazioni di un pentito, Domenico Bidognetti, cugino del boss Francesco Bidognetti, conosciuto come Cicciotto è Mezzanotte.

L´organizzazione, per non sostenere il costo del regolare smaltimento ha simulato nel tempo attività di compostaggio in realtà mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l´altro, da fanghi di depurazione, per un quantitativo di oltre 8.000 tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro. Gran parte del materiale - hanno sottolineato gli inquirenti - proveniva da aziende della Lombardia. Sono stati sequestrati anche tre vasti appezzamenti di terreno agricolo nella provincia di Caserta, e locali in uso a una società di trasporti con tutti gli automezzi utilizzati.

I reati ipotizzati sono di concorso in traffico illecito di rifiuti e truffa aggravata ai danni del Commissario di Governo per l´Emergenza Rifiuti , della Regione Campania e degli Enti locali interessati alla raccolta e allo smaltimento di rifiuti. Nella sua ordinanza il gip Alessandro Buccino Grimaldi ha sottolineato che lo smaltimento illecito in Campania "é dovuto anche alla complicità" di chi è preposto al controllo, ma anche "al comportamento compiacente o anche gravemente omissivo o semplicemente ´leggero´ di altri, anche nell´ambito delle istituzioni".

"Va rimarcata, in primo luogo - si legge nel provvedimento - sia la carenza di verifiche che la grande difficoltà nel ricostruire i flussi dei rifiuti da parte delle autorità preposte al controllo, ed in tale contesto non può sottacersi che proprio appartenenti alla pubblica amministrazione in alcune circostanze sono i primi conniventi di queste organizzazioni criminali in quanto ne facilitano l´acquisizione di provvedimenti autorizzativi per impianti fatiscenti e tecnicamente carenti".

I magistrati hanno sequestrato, oltre a tre aziende per un valore di circa cinque milioni di euro, anche alcuni terreni a Frignano e a Villa Literno dove venivano sversati i rifiuti. Per sei indagati il gip non ha accolto le richieste di misure cautelari. Sono Vincenzo Tonziello, 41 anni, e Placido Tonziello, 45, "referenti locali" di Marano; Raffaele Simonelli, 38, titolare di un fondo agricolo a Frignano, Elio Roma, 57, che i pm indicano come cogestore di fatto della ditta R.F.G. e di un impianto di compostaggio a Trentola Ducenta (Caserta), Francesco Roma, 32, legale rappresentante della R.F.G., e Domenico Bortone, 51, trasportatore.

Il coinvolgimento della camorra nella gestione dello smaltimento dei rifiuti comunque "non può costituire un alibi nei confronti di altri personaggi che hanno le loro responsabilità", ha sottolineato l procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore.


Riciclaggio, sospetta la crescita dei «money transfer»
Il commento alla relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia
Corriere del Mezzogiorno- 3 aprile 2008

di LUCIANO BRANCACCIO

La relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, trasmessa alle presidenze delle camere il 20 febbraio scorso, è imperniata su un dato preoccupante: la sempre maggiore pervasività delle organizzazioni mafiose nell'ambito dell'economia e della società legali.
È una caratteristica specifica delle mafie quella di espandere la propria sfera di influenza al di là dei confini del mondo criminale. Quanto più vasta è la capacità di controllo sulle attività legali (economia, politica, pubblica amministrazione, relazioni sociali territoriali) tanto maggiore è la potenza dei gruppi mafiosi e conseguentemente il danno che si produce nel tessuto democratico.
In questo senso la situazione italiana — perché di fenomeno nazionale ormai si tratta — si presenta grave. La lentezza e l'inefficienza della pubblica amministrazione, la farraginosità delle procedure (si pensi ai passaggi infiniti necessari per la confisca dei patrimoni mafiosi), la presenza di clientelismo e corruzione, il permanere di ampie zone di economia sommersa, la povertà e il degrado di alcune aree del paese costituiscono tutti elementi che generano condizioni ambientali favorevoli al consolidamento mafioso. E, specularmente, impediscono azioni chiare ed efficaci di prevenzione e contrasto.
Nelle novantacinque pagine della relazione, la Commissione individua i canali e gli ambiti attraverso cui si realizza l'osmosi tra mondo criminale e legale. I principali riguardano i flussi di risorse economiche. Il riciclaggio attraverso i mercati finanziari costituisce il mezzo più rapido di conversione dei patrimoni criminali in potere economico legale. Ne costituisce esempio significativo la recente diffusione degli sportelli di «money transfer» in tutto il territorio nazionale che consente di movimentare con estrema facilità i capitali in e da ogni parte del mondo. Nel solo 2005, nei 25.000 sportelli italiani (si stima che circa 8.000 siano illegali), sono transitati ben 1,4 miliardi di euro: circa il doppio di quanto trasferito attraverso il sistema bancario.
Sul fronte delle attività produttive, si registra una rinnovata capacità delle mafie di acquisire la proprietà o il controllo di imprese che agiscono alla luce del sole. Qui i metodi sono diversi. Da quelli più tradizionali, come l'acquisizione di quote azionarie o dell'intera impresa conseguente all'impossibilità da parte dell'imprenditore di far fronte alle richieste usuraie ed estorsive, a quelli più recenti in cui l'intervento dei capitali mafiosi è consapevolmente richiesto dall'imprenditore, il quale si rivolge al clan come fosse un attore regolare del mercato finanziario.
Quest'ultima modalità denota un inquietante passaggio di qualità del potere mafioso (e in special modo di quello camorristico): la sua emersione da una condizione di marginalità e di discredito sociale a una di piena legittimazione. Al punto da determinare la presenza di un nuovo ceto di «imprese legalizzate » che «non necessita più, in molti casi, di far valere la forza intimidatrice dell'organizzazione camorristica da cui promana: per acquisire e consolidare la propria posizione dominante sul mercato (legale) di riferimento è sufficiente la forza del denaro, di cui dispone in misura tendenzialmente illimitata ».
Ma la possibilità di determinarsi di queste situazioni dipende in buona parte dalla permeabilità della politica e della pubblica amministrazione. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove domina l'impresa dipendente dal settore pubblico, capita spesso che si generino circuiti viziosi in cui il politico sia titolare o rappresentante di interessi imprenditoriali complementari o diretta emanazione del potere mafioso. Nel caso della crisi dei rifiuti in Campania «è accaduto che porzioni anche apicali della pubblica amministrazione e della stessa struttura commissariale, in questa condizione di opacità istituzionale e politica, abbiano concluso con imprese collegate alla criminalità organizzata campana vere e proprie joint ventures, consentendo a queste ultime di sfruttare i canali dell'emergenza anche per i traffici illeciti di rifiuti speciali». In questi casi l'interesse mafioso non deve darsi da fare per varcare la soglia della legalità: esso è direttamente insediato nei livelli decisionali dello Stato, negli stessi centri che «producono» la legalità.
La dimensione della protervia del potere mafioso è dato dalla crescita della sua capacità di attrazione nei confronti del mondo giovanile. In questo la camorra vanta un triste primato. La criminalità minorile che alimenta la manovalanza camorristica è in forte aumento, segno di una incapacità delle agenzie di socializzazione e di formazione di sottrarre alimento al reclutamento dei clan. Il risultato è che ad oggi «risultano attivi tra Napoli e provincia circa 78 clan, con tremila affiliati. Ad essi vanno aggiunte le cellule criminali che «lavorano per conto dei clan. Tutto ciò in un contesto sociale che presenta una media del 30 per cento della popolazione con precedenti di polizia».
Quando ricorrono tali circostanze si deve parlare di un pesante condizionamento mafioso della vita democratica del paese. E l'assenza di proposte concrete sulla prevenzione e il contrasto, al di là di generiche dichiarazioni di principio, in queste settimane di campagna elettorale ne costituisce una triste dimostrazione.



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