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lunedì 14 gennaio 2008

Uno sfogo napoletano

Sono le viscere a farsi sentire in questi giorni. Nel profondo della carne, in quella oscura zona al confine tra cuore, corpo e anima, c'è un dolore acuto, una sofferenza ancestrale, il malinconico ritorno di una primitiva sensazione di lacerazione. È come se un coltello dalla punta affilata ti tranciasse lo stomaco, come se dovessi pagare tutti i debiti dell'umanità, come se ti avessero ferito, violentato e denudato la madre. Ed il dolore più intenso, il malessere più sfacciato si fa sentire quando ti interroghi sulla solitudine o meno del tuo sentire. Napoli in questi giorni sta mostrando al mondo le sue ferite, scavate con profonda incisione nella sua pelle. La rabbia e la tristezza ti assalgono, lo schifo s'impossessa di te. Perché quelle ferite un tempo erano graffi che con l'evolvere delle stagioni si sono aggravati, sempre più, sempre più, sempre più. Ma erano lì, nettamente visibili, anche anni fa.. Ma in questa terra mitica e bella, perché baciata dagli dei, da Dio e forse da Allah, gli occhi non vedono, non possono per ignoranza o non vogliono per tracotanza e superficialità. È così vale per tutti i sensi. Compreso l'olfatto, messo a dura prova in questi giorni. Ora gli occhi devono per forza vedere, la mente deve per forza informarsi e concentrarsi, l'anima deve per forza interrogarsi, spinti come sono da quella puzza, insopportabile, indegna, incivile della munnezza. Ma è tardi per iniziare a vedere. Perché chi fino ad ora avrebbe dovuto amministrare e se ne è fregato, prende la sue decisioni per "tamponare" un'emergenza di 15 anni. L'urgenza è qui la normalità. L'ordinario si nasconde dietro lo straordinario. È tardi perché i ragazzi si prendono a sassate come sulla striscia di Gaza. È tardi perché queste terre sono una volta di più maledette per una mattanza di vite che ha nei tumori il suo strumentale grilletto. È tardi perché la dignità non ci ha salvati né mai ispirati. Perché non sappiamo cosa sia la dignità di un popolo, la sua ferrea e feroce voglia di riscattarsi, il suo pretendere la normalità, il suo meritarsi rispetto e non più derisione. Siamo un popolo di monnezza. L'abbiamo sempre avuta sotto gli occhi, nelle sue molteplici forme materiali ed umane. Ma l'abbiamo accettata, l'abbiamo tollerata, ad essa non ci siamo ribellati. Era sempre qualcun altro, un commissario, un governatore, un sindaco a dovercela levare. Di certo queste persone hanno le loro sacrosante responsabilità. Non sono degni di rappresentare lo Stato né tanto meno i Cittadini. In troppi modi ed occasioni si sono macchiati di incapacità, arroganza, inefficienza e chissà forse anche di illegalità. Anche in queste ore l'insopportabile teatrino politico mostra i suoi lati vergognosi che tanto l'allontanano da quella nobile arte che è appunto la politica, che come primo obiettivo dovrebbe avere l'interesse generale. Ed invece la giostra è sempre la stessa: scaricabarili, sconcertante ignoranza e assurda mancanza di preparazione,speculazioni partitiche, sfruttamento della disperazione di gente e situazioni per far passare, senza accurate analisi, decisioni imbarazzanti. Ma dove erano i napoletani intanto? Dove erano i miei concittadini? Dove erano gli avvocati, gli imprenditori, i professori, i medici, gli studenti, i commercianti, i preti, i benpensanti e gli onesti? Dove? Dove erano i borghesi perbene, i ragazzi che affollano le aule delle università? Anzi dove siete? Come è possibile che accettiate questa situazione? Come si può abbassare lo sguardo su una città che vive una guerriglia al suo interno, una discarica tossica riaperta, un incremento dei tumori, la contaminazione delle acque e delle verdure che voi tutti mangiate? Come accettate di essere la discarica abusiva dell'Italia intera e forse oltre? Mentre la città muore soffocata dai suoi stessi escrementi, ho visto eleganti uomini di stato intrattenersi in ristoranti esotici. Mentre si scatena la guerra civile a Pianura, ho sentito tutto il menefreghismo del resto della popolazione. Mentre alcuni sensibili giovani cercano di acquistare compostiere da giardino, ho visto i posillipini perbene gettare per strada alberi di Natale, divani, materassi e vecchi scaldabagni sui cumuli dei loro stessi rifiuti. Mentre Quarto è assediata e sprovvista dell'ausilio di forze dell'ordine, ho visto una volante della polizia presidiare la casa del mio presidente Bassolino. Allora si, nessuno si salva in questa situazione. C'è tanto orrore, tanta disperazione tra la gente, in un territorio violentato e abbrutito, in una società non più umana. Vicino a tanta rabbia, la speranza si affievolisce sempre di più. Ti dici che non bisogna gettare la spugna, né la "presa". Ti domandi se le persone possono cambiare, ti auguri che ognuno cominci finalmente a fare il proprio lavoro, con serietà, rigore, intelligenza. E questo politica e cittadini, avvocati e magistrati, professori e medici… Soprattutto qui, soprattutto in questa città e in questa regione, dove i confini tra lecito ed illecito, buoni e cattivi, civiltà e inciviltà sono così labili, fragili come il più pregiato dei vasi di ceramica. Anche i cittadini devono fare il proprio dovere. Devono informarsi, vigilare, attivarsi se necessario. Qui più che altrove. Qui non ci sono strutture virtuose, non c'è chi organizza la vita pubblica, per questo i cittadini devono fare un lavoro in più, devono assumere un impegno e responsabilità non necessari in altri luoghi. Solo se la cittadinanza diventa essa l'eroina di se stessa (ricordate Brecht?) forse qualche barlume di speranza per una vita facile, normale, giusta si potrà accendere. Altrimenti la sola via di fuga è… la fuga. È l'abbandono delle proprie radici e della propria terra. È la ricerca della normalità in città e paesi dove essa è offerta e raggiungibile nell'ordinario. Mi ritrovo così a ripetere a me e ai miei coetanei quello che Eduardo, che pur rimase qui, declamò anni fa. La storia si ripete, speriamo sia l'ultima volta.

1 commento:

Sara Donnarumma ha detto...

Come sono orgogliosa della mia amichetta!